La democrazia rappresentativa sta affrontando la sua sfida più difficile, la scomparsa silenziosa dell’elettore.
Negli ultimi venti anni l’Italia ha perso il suo primato di partecipazione elettorale. Un tempo votare era un rito civile sentito da tutti, oggi l’astensionismo è il vero “partito di maggioranza”. Se nel 2006 l’affluenza sfiorava ancora l’84%, le elezioni politiche del 2022 hanno segnato il punto di non ritorno con un minimo storico del 63,9%. Questo dato si affianca a quello globale dove, dagli anni ’90, la partecipazione è scesa mediamente di 10 punti.
L’astensione oggi colpisce trasversalmente l’elettorato, con dinamiche diverse. I Giovani (18-34 anni) sono la categoria che diserta maggiormente le urne con una propensione al voto minore del 55%. Il motivo principale risede nella profonda distanza dei partiti tradizionali dai problemi reali. Il non-voto è diventato strutturale anche tra chi si sente ai margini, creando il rischio di una “democrazia elitaria” dove partecipa solo chi è già integrato nel sistema.
Riportare i cittadini alle urne è un dovere istituzionale, e cambiare le leggi elettorali non è servito in passato né servirà in futuro. C’è bisogno di un cambio di paradigma politico culturale basato su tre pilastri:
- Passare dallo scontro alla concretezza abbandonando la campagna elettorale permanente,per concentrarsi su soluzioni reali per sanità, sicurezza ed educazione.
- Superare il populismo delle promesse facili e avere il coraggio di dire verità scomode, puntando su competenza e visione a lungo termine.
- Utilizzare un linguaggio moderno, trasparente e pedagogico che spieghi le scelte invece di fare mera propaganda social. Solo premiando la competenza sulla viralità sarà possibile ricucire lo strappo tra il Paese reale e le istituzioni.